Abitavo in periferia, tra il verde di una collina.La mia casa bianca dalle tegole rosse, sorgeva tra un giardino di limoneti ed aranceti. Avevo quindici anni, nel tempo in cui batteva alla porta la primavera mostrando la biatitudine eterna. La primavera era per me, vivere la gioia.In quei giorni mi recavo sui campi, in mezzo al verde della tenera erbetta a cogliere gli esuberanti papaveri rossi per potarli in una decadente chiesetta di colore verde scuro poichè nascosta dal rovere su le pendici di una collina desolata. In essa non si celebrava più messa, ma sull’altare riflessa debolmente dalla luce del sole una crosta sbiadita dal tempo di una Madonna attendeva un fiore e una preghiera da qualche passante. La luce del sole si stendeva nel mio camminare e l’ombra seguiva i miei passi senza parlare. Raggiunse accompagnata dalla mia gioia di vivere la chiesetta, entrai e in quel mistico silenzio e profumo d’antico, adagiai quei papaveri rossi ai piedi della crosta che sembrò in quell’istante mi regalasse un sorriso. M’inginocchiai guardavo quel dolce viso e recitai una preghiera. Attimi intensi di raccoglimento cercavano una supplica invocata da mute parole.Le mandai un bacio e un sorriso e ripercorsi il sentiero verso casa. Stanca dalla fatica,mi distesi sotto un albero d’arancio ad ascoltare il canto degli uccelli negli spazi aperti dall’audi e oltre. Le nuvole si snodavano leggere nel cielo stimolate da una leggera brezza che sfogliava le foglie facendole frusciare in un’impercettibile canzone. Il sole piano piano mi punzecchiava con i suoi raggi come se una pioggerellina congiungesse il cielo e la pelle bagnandola di calore.L’oleazzo della zagara in fiore inebriava le mie narici al piacere di rammentati sapori. Ero appagata e pisolavo immobile nel penetrante e disperato silenzio. In quell’innocente quiete percepivo che qualcosa in me stesse mutando. Rapita dai miei pensieri non mi accorsi che il tempo era trascorso velocemente. Mi ricondusse alla realtà l’eco della voce di mia madre che mi invitava a rientrare a casa. Entrai a casa. Il mio primo pensiero fu quello di andare subito in camera da letto di mia madre. Lì c’era il suo vecchio armadio. Istintivamente aprii le ante poste al centro. All’interno esistevono due grossi specchi. Mi specchiai. Si mostrarono davanti ai miei occhi liniamenti nuovi. Ero incredula. Non sapevo se la figura riflessa era vera o era la mia fantasia che si adoperava a fare apparire qualche cosa d’irreale. Intanto il sole mi aveva seguito, ed ora ficcava il naso tra le fenditure della finestra per scorgere cosa facevo. I suoi raggi riflessi nello specchio rimasero stupefatti da quella sembianza.Tentai di serrare la finestra, fu vano il mio agire. Lo lasciai spiare. Avevo indosso una maglietta fine, rosa a strisce nere. Da quelle strisce appariva un ingrossamento che prima non avevo notato. Alzai la maglietta vidi un seno tondeggiante, con due capezzoli grossi come una ciliegia. Era mio quel seno? Posai, trepitante su di lui la mia mano. Lo accarezzavo dolcemente per paura di non fargli male. Ero estasiata. Finalmente avevo ciò che desideravo. Sono una donna urlai nella mia mente. Gioii. Gardai estasiata il mio corpo che si accresceva in tutta la sua bellezza.Vita fine, fianchi uguale misure del seno. Dal tronco del corpo si estendevano due gambe lunghe con caviglie fine. Un corpo da modella pensai con fierezza. Presi le calze velate, le scarpe con il tacco e una gonna stretta di mia madre e li indossai. Dal suo cofanetto rubai il rossetto rosso e lo stesi sulle labbra, mi spruzzai un pò del suo profumo e misi i suoi gioielli. Alzai i capelli lunghi castani raccogliendoli con uno spillone nero. Nel momento in cui mi specchiai non mi riconobbi. Mi rivolse verso il sole quasi volli il suo consenso o una lusiga. Non ebbi responso se non un esile calore tra le guance. Fece qualche passo, volevo ancheggiare come se fossi in passerella. Perse l’equilibrio. Haimè non sapevo camminare con i tacchi. Mi parve in quello instate di sentire una risatina soffocata. Mi girai. Era il sole che mi canzonava. Lo guardai infuriata. Altezzosamente girai le spalle e continuai ad ancheggiare, questa volta senza perdere l’equilibrio. Sentii un fischio ampliato. Non mi voltai sapevo chi era. Era quel curioso, dispettoso, arrogante amico sole. Sorrisi compiaciuta senza farlo intendere. Avevo il mio primo ammiratore. Davanti a quelli specchi effusi il mio narcisismo,eppure dentro di me sentivo una vocina intimidita. Cercai di ascoltarla. Era la voce di quella ragazza allegra che correva felice tra i campi di papaveri in fiore. Quella ingenua ragazza che rincorreva le variate farfalle, mentre la brezza del vento le scompigliava i lunghi capelli castani. Avvertivo un conflito intrinsico nel mio inconscio. Contemplai sotto una altra luce quella figura di donna. Intrapresi a manifestare dubbi e insicurezze. Ero pronta a quel cambiamento? D’impulso sciolsi i capelli. Tolsi il rossetto dalle labbra. Gettai a terra la gonna e feci volare sul letto le scarpe con il tacco. Ora, mi sentivo pulita. Udii una grand’approvazione. Mi girai. Era il sole che compiaciuto ruotava i suoi raggi come se fosse un pavone. Lo guardai ridendo a fior di labbra. Capii quel girono che non era il tempo per germogliare. In quella primavera era più saggio essere ancora un seme. Salutai il mio amico sole complice di un inconfessato segreto di un’adolescente e ritornai a quella spensieratezza che per poco abbandonai nel piacere di apparire in ciò che non ero ancora pronta a frontegiare, nonostante il mio corpo cambiato
Egheggiano passi stanchi
tra i vicoli della penombra lunare
L’aria pungente inebria narici dell’aspro mosto
segue silenziosa l’ombra compagna muta
di quella notte rapita nel mistero
Il fumo di un comignolo tratteggia
nell’ombroso cielo pensieri
dispersi dalla mente
nell’acceso fuoco da innocenti risate
la brezza sparpaglia nella pungente aria
il bisbigliare di commare
la nenia di una culla
un amore da cantare
Rintocca la campana nella fitta selva
al vagare di un anima senza sepolcro
mentre la nebbia sale
con il suo candore
addormentando quel borgo
tra gemiti e vezzi della vita

Sto qui seduta con un calice d’uva pigiato
e guardo il giorno che muore
pensando cosa dice l’ultima luce
davanti al cortile deserto di pensieri
un pergolato di buganvillea abbandona
a se stesso il cielo ingrigito
e qualche nuvola ferma
Il chiaro di luna distende
una maschera mortuoria sulle colline
la luce argentea sottile e fredda
scolpisce due cipressi nel basalto
suonano diverse campane
una voce roca ottusa di tosse
si odono i grilli nel uadi
punteggiando il silenzio li dove è
Come un cucciolo mi ranicchio nella poltrona
divorando ad occhi chiusi
un ombra d’indifferenza o ironia
sorgeggiando il tuo viso nascosto tra la brace
di una cenere che cova ancora amore.