- Stai vedendo l'Archivio per luglio, 2009 -

Un velo mite si cela nella scorza del tempo. Tacito dissipa inviti profumati da sospiri e voglie. Prati esaltanti, gracidano, quella luce per sorseggiare i colori scroscianti. Meticolose scadenze accorrono a servire le delizie appena spente dalla sera nell’oblio. S’ode un silenzio sibillino assaggiato dall’amaro gusto delle lacrime. Mentre occhi spiano, l’accecato ignoto, vesto la nudità dei sogni attraverso schegge ultimo grido su leggiadre farfalle. Sfuggevoli ed infiniti i passi giungono al dolce frutto a cui le mani non giungono. L’arida rugiada chiude cancelli anelando verità fermentata da tremule ed impresse parole che vagano ancora nel ritroso calore dell’animo ingravidato di ardimento e commozione. Scalza, calpesto un campo, le sue spighe eleganti raffinate m’invogliano ad ascoltare freschi pensieri camminate da coccinelle sul filo d’erba, del nero presente. Da fanciulla già donna matura lascio i sogni e le fantasie ad infrangersi nella ragione, respirando reale un risveglio insolente coperto da un velo infausto, contando i giorni dell’insidia. Ci conoscemmo a memoria, come una poesia recitata, ombre lunghe di lanterna che rubano luce alla gioia. Le sigarette, le lenzuola, le fotografie, il rum, un volo, le valigie, panni stesi, vite invecchiate da chi ti siede accanto. Fu solo l’inizio di una pagina ingiallita, di gravosi ostacoli, armoniosi contrasti, delusioni dopo accorate speranze. Intanto pioveva acque d’ebano sui miei passi presenti lasciando spazi di pensieri, sillabe stridenti radici nascoste, le colombe dorate si erano estinte.

 Non parlavi, ti leggevo dentro, innaffiando l’apatia coricata sul letto della tua infedeltà. Ricordi e ancora ricordi lamentati…. Tra i corridori di un caldo sabato m’aggiravo spensierata intrattenendo il gelo tra le acerbe gambe sudate. Un ricamo d’uggia si ampliava nelle mani scarne protese a fuggevoli emozioni. L’insonnia di notti ambigue assetavano i miei occhi ossuti certezze e poi quel pensiero fisso, crocefisso, spalancato nei solchi del tempo…… nuda la mia carne scivolata dalla tua mano, sgravavi baci al mio seno inizio del tuo, mio viaggio, in quelle lenzuola senza noia. Perdevo la voce su quei germogli bianchi di fragole galoppando lesto verso quell’orizzonte ambrato dai flutti. Quanto è amaro questo sogno ti passa accanto ne percepisce il calore mentre un brivido maliziosamente ti sussurra il risveglio. Ora siedo qui spezzando gli argini della mia incontenibile rabbia pronta a divorare questo rigoglioso giorno. Risuona un cinguettio, lo odo ferito che lambisce solitudine: strade vuote rimproveri insolenti e nudi messi nel turgore delle lacrime. Che cos’è la vita senza di te, difficile da capire. Mi guardo dentro per camminare oltre, per non ferirmi, per non perdermi, ma questo presente è un frastuono di emozioni che vivo rovesciando addosso pesanti distanze. Camaleontiche sono le partenze d’oggi e il domani? Le certezze frugano un presente sbalestrato. Guardo nuovi approdi cercando di rimuovere il tormento del devastante odio, tarlo della gelosia che si scaglia come pietre, urlo affogato della nomade paura. Senza più identità, oltre la noia e i desideri stanchi inseguo l’ansia dischiusa in corolle colorate cercando di spezzare quei lacci che ancora legano le mie scarpe. Oltre alla siepe fuggo dall’urlo di questa violenza per nascondermi in un giorno senza limiti né orizzonti. In questa terra ripa erbosa scavo prove del mio cambiamento intanto le bacche risuonano, brulicano le api profumate di rose, il vento raccoglie una voce di flauto, ortiche di nuvole dissipano perdoni, il giubileo delle allodole s’inonda di appesi desideri. Il mio corpo flesso come una canna al vento ritrova sapori.

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La stanza dipinta di tempo

incredula stringe stagioni

ladri, i pensieri fuggono

annegando memorie stagne

nella crune lampi di riso

non piove più cuore uggioso

veste la nudità di rughe

su melodie soli fuggiamo.

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Ancora una, solo una, fragola

per le nostre bocche mute

mentre lambisco panna

sbucciando il mattino.

 

Stringo tra le dita

la tua mano, sono lì,

nella valigia dei sogni

bramando la risposta.

 

Astruse sono le vie, marzapane,

nello scuro torpore

del respiro.

 

La prigione orizzontale

chiodo  leso dalla carne

elogia rese candite.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ferma è l’infedeltà sulla pelle, statica respira di eteri momenti. Parole inerti riecheggiano di una storia inquieta, fermento della mente, sogno che nutrì i giorni fra i semi del dividere. Prendo coscienza, invano sarebbe il vagare, ancora, sul letto troppo largo che mi asciuga il sudore e le lacrime. L’alito dell’apatia, adagiato, sul mio petto imbratta silenzi, nella penombra di una stanza poco illuminata, irreale scenario delle reminescenze. Irrisorio, il tempo increspato sgrana raspi di gocce, nell’inverno pensiero, come un’aquila ferita s’ innalza sulla vetta più alta del mondo stridendo il dolore. Ombre confuse salutano la trasgressione del sesso proibito, assassino di tante libertà, mentre il demonio striscia regalando nettare, giallo come oro nei neri e sbiaditi cerci nascosti del passato dietro le tende delle abitudini. Risucchi disegnano singhiozzi beffardi. Lenti e impercettibili passi si addentrano in un sogno mancato nell’aria fredda di una porta spalancata al passato. Ti ho cercato e cercato nello ieri, oggi. Spietata è la calma che fugge e si strugge. Le chimeriche speranze vanno seguendo orizzonti lontani che sembri toccare con le mani, ora taciti, ora in armoniche voci, divorando un respiro consumato. Riprende a bisbigliare un cuore stellato di neve e di spine. Luccica vitreo galleggiando relitti infrangendoli in questo infinito vagare. L’aria sporca di nubi dimentica i troppi anni d’attesa. Dagli artigli del tempo stracciato a brandelli senza parvenza l’odio e la colpa ribalzano nei gitani cuori vissuti l’uguale calore. Solo un fiocco di neve che ricama impressioni, una pioggia impetuosa che disfa la terra, un uggioso autunno palpitante di rughe scolorirà questa illusione.