- Stai vedendo l'Archivio per dicembre, 2009 -

All’inferno,così dicesti,

quella notte, nasceva,

il giaccio della strada

vampava di rossore,

quantunque, la felicità

brillasse attorno,

quel baleno che s’accese

nei tuoi occhi, fu conforme

alla mia vista dolente,

giacché, quella speranza

odorava, nella visione notturna

lasciando un raggio

cortese, tremolare lontano,

ove rifugiai, l’orgoglio.

Oggi, che quel giorno

è sussurrato, dal

mistico vento, rimango neve

a ripiegare ali.

 

“ Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome,

accoglie me..

poiché chi è il più piccolo tra tutti voi,

questo è grande”

 

baci baci iry

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donna_sole

 Non  ricordo più

quei mattini,dal pane

appena sfornato,

la lucciola che si spenge

piano, piano nell’inno

d’un gallo a stento svegliato.

 

Non ricordo più

la fame che guardava

le  lunghe ore,

un pianto, un bimbo e

una madre vuota nel seno

 piena d’amore.

 

Non ricordo più

il freddo della neve

un viso che scolora

in una giacca, una sciarpa

e una mano tesa

dal nutrito dolore.

 

Non ricordo più

ma ancora lo vedo

oggi come ieri

nel vagito dello stagno

di questa società.

 Sento

questo tuo lambire freddo

uggia nebbia d’un sorriso.

 

Sento

mani affissi, crocifissi

nel derma puro

del tuo essere.

 

Sento

l’angoscio pensiero

gelare il sangue,serrando

lo stomaco sui  quei

tocchi che sdraia

la mestizia nella sera.

 

Sento

ma non voglio udire

lo svanire della speranza

e  l’avvertire della morte

nell’annunciato addio.

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La mano si avvicina alla bocca con movimenti lenti, una due, tre, quattro, dopo un po’ non si contano più i pezzi di vita che cadono in ogni pastiglia. La pesantezza di un’esistenza, la sicurezza di non avere mai avuto la certezza di assaporare la felicità, continuano a scendere in quel corpo adagiato su un divano d’un grigio spento. Si chiamava, così, Irma, fiore inebriante in un corpo minuto. Lei era sempre lì davanti alla porta, la luce risplendente sul viso, gli occhi cristalli con mille sfaccettature, raccoglieva ogni sorriso passante in un quartiere che non era il suo. Per casa mille ricordi vaganti, dove solo l’odore persistente dei muri cocenti di voglia di vivere aspettavano il giorno e poi la sera per tracciare qualcosa di lei. Un giorno sazio d’autunno di siepi e alberi stecchiti, Nando si avvicinò privo di ogni pensiero e la baciò. Lei rimase immobile per qualche istante, poi ricambiò quel bacio, non una parola, non una frase. E’ camminando in quel delirio, che incontrò quel dannato vestito d’angelo, pensò lui a farla sbocciare in un altro fiore. Nando girava con la sua alienazione, quando voleva fuggire, ”sognare”, diceva lui. Un giorno, un calcolo sbagliato, cadde nel bagno, il viaggio era incominciato, quello che terminava con il pianto di chi l’aveva amato. Lei si iniettò di quel veleno forse vivere era più difficile, nascose la verità nell’intimo di una falsità ben concepita. La portarono su letti bianchi dove la gioia è nascosta dalla speranza ma la solitudine ninfa di un viaggiare la fece tornare nel suo limbo. Ossessiva, solo la morte fa contorno, ora, al suo essere.

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