

All’inferno,così dicesti,
quella notte, nasceva,
il giaccio della strada
vampava di rossore,
quantunque, la felicità
brillasse attorno,
quel baleno che s’accese
nei tuoi occhi, fu conforme
alla mia vista dolente,
giacché, quella speranza
odorava, nella visione notturna
lasciando un raggio
cortese, tremolare lontano,
ove rifugiai, l’orgoglio.
Oggi, che quel giorno
è sussurrato, dal
mistico vento, rimango neve
a ripiegare ali.
Non ricordo più
quei mattini,dal pane
appena sfornato,
la lucciola che si spenge
piano, piano nell’inno
d’un gallo a stento svegliato.
Non ricordo più
la fame che guardava
le lunghe ore,
un pianto, un bimbo e
una madre vuota nel seno
piena d’amore.
Non ricordo più
il freddo della neve
un viso che scolora
in una giacca, una sciarpa
e una mano tesa
dal nutrito dolore.
Non ricordo più
ma ancora lo vedo
oggi come ieri
nel vagito dello stagno
di questa società.

Sento
questo tuo lambire freddo
uggia nebbia d’un sorriso.
Sento
mani affissi, crocifissi
nel derma puro
del tuo essere.
Sento
l’angoscio pensiero
gelare il sangue,serrando
lo stomaco sui quei
tocchi che sdraia
la mestizia nella sera.
Sento
ma non voglio udire
lo svanire della speranza
e l’avvertire della morte
nell’annunciato addio.