
Stringimi, ho freddo,
vorrei le tue braccia
qui, dove
le prime bave di luce
si fanno sonno
non ti dirò mai
fermati
sarebbe come
bandire l’amore
dalle mie labbra
tendimi
al pensiero del giorno
la notte non divide
certi sogni
che nascono
siamesi

Con scarpe consumate
cammino sulla spiaggia
senza lasciare orme.
Avide scosciano ansie
divorate nella bramosia della luce
solitaria ancella del desiderio.
L’acqua trascina il peso
dei miei passi assopiti dal buio
sulla mia mano urla d’inchiostro il mare
sotto le unghie, onde di terra
inquietati dalla lingua di fuoco di sole
accompagnano certezze traghettate
Un riso di luna frastaglia
il mutismo di troppe stelle
ormeggiate sul sasso
senza limiti né orizzonti.
Nascosta negli angoli delle ore
questa verginale estate
vezzeggia ricordi
racchiusi in conchiglie di vento
Nelle albe e nei tramonti
invasi di solitudini raminghi cercano
in liriche struggenti frangi e sogni
sulla nitidezza lunare
l’anima percepisce l’infinito
ed io mi perdo al di là del tramonto.
Ferma è l’infedeltà sulla pelle, statica respira di eteri momenti. Parole inerti riecheggiano di una storia inquieta, fermento della mente, sogno che nutrì i giorni fra i semi del dividere. Prendo coscienza, invano sarebbe il vagare, ancora, sul letto troppo largo che mi asciuga il sudore e le lacrime. L’alito dell’apatia, adagiato, sul mio petto imbratta silenzi, nella penombra di una stanza poco illuminata, irreale scenario delle reminescenze. Irrisorio, il tempo increspato sgrana raspi di gocce, nell’inverno pensiero, come un’aquila ferita s’ innalza sulla vetta più alta del mondo stridendo il dolore. Ombre confuse salutano la trasgressione del sesso proibito, assassino di tante libertà, mentre il demonio striscia regalando nettare, giallo come oro nei neri e sbiaditi cerci nascosti del passato dietro le tende delle abitudini. Risucchi disegnano singhiozzi beffardi. Lenti e impercettibili passi si addentrano in un sogno mancato nell’aria fredda di una porta spalancata al passato. Ti ho cercato e cercato nello ieri, oggi. Spietata è la calma che fugge e si strugge. Le chimeriche speranze vanno seguendo orizzonti lontani che sembri toccare con le mani, ora taciti, ora in armoniche voci, divorando un respiro consumato. Riprende a bisbigliare un cuore stellato di neve e di spine. Luccica vitreo galleggiando relitti infrangendoli in questo infinito vagare. L’aria sporca di nubi dimentica i troppi anni d’attesa. Dagli artigli del tempo stracciato a brandelli senza parvenza l’odio e la colpa ribalzano nei gitani cuori vissuti l’uguale calore. Solo un fiocco di neve che ricama impressioni, una pioggia impetuosa che disfa la terra, un uggioso autunno palpitante di rughe scolorirà questa illusione.
Bruca l’ora narcisa
nell’agio quieto di voci tonanti
dove gli anemoni profumano di viole
nella singhiozzante aria vagante.
Se potessi, fuggire solo un momento
da questo scatto romantico,
poserei gli occhi
su grappoli chini dello scuro alburno
a trovare foglie
che parlano di luce lasciata
dalla cecità delle tue parole.