- Stai vedendo la Categoria 'Senza categoria' -

Sono soffi di ventaglio
       gli abbracci
fragili inquietudini
     arroccate
dove le aquile dominano
né frecce né spari
       predano
quel gioco silenzioso
        e caldo.

e quando soneranno le campane

quel dolce impastato

da  fragili mani , romperai,

farina, latte, burro, uova e cannella

dolce sapore assaggerai

lesti passi abbelliti,

veli di tombolo cuciti,

sciameranno baci  e sorrisi

lungo i vicoli di pietre

sempre più seppelliti.

Canta l gallo in quell’occasione 

è l’agnello il sacrificale

bela una madre per il dolore

mentre l’altra gioisce

- è il mio Signore- .

jwwtheladyofshallot1888sr7Lei è bella, avvolta da sfuggente erotismo che tenta celare ma che mi fascia ogni qualvolta che la vedo camminare ignara nel deserto del suo pensiero; quella sera di ottobre un malcontento cielo gonfiava le gote di giovani nuvole assonnate dalla noia, ridendo smorzava gli occhi al sole inseguendolo con una lunga pazza corsa. Lui, per sottrarsi a quella ripicca scese e poi risalì scocciato. In quell’allietare, la mia nostalgia trionfò pietosamente in sguardi ed in parole raddolcendo l’ansia.  L’attendevo, freddo muto come un geco, celandomi tra le ombre di un vicolo denigrato aspettando cosa prometteva l’ultima luce, che cosa aveva in serbo. La conoscenza dell’agonia era una droga che cedeva a un senso di colpa avvizzito nella pelle lasciando un piacere orrido nelle mani impazienti a difendere il tempo tenuto. Infine la vidi, giovanile, luminosa, in quel viale ombreggiato con la sua striscia di verde dove i ciliegi stregati si spogliavano del loro vestire accanto ad un pergolato di buganvillea abbandonato a se stesso. Attendeva, cosa mi domandavo concitatamente. La sera era quasi trasparente. Il mio cuore batteva lugubri rintocchi. Il vento aumentò e con lui l’odore di quei fiori e della polvere che saliva a mulinelli e mi soffocava o era altro che non volevo riconoscere. Senza quasi volerlo fui in quel luogo, dove i miei lenti passi, m’avevano portato. Suonavano intanto diverse campane, una aveva la voce roca e ottusa del peccato. Il paesaggio si frastagliava intorno alla sua linfa ed io non fui da meno. Una luce argentea, sottile fredda logorava un desiderio aguzzino che mi lacerava la carne a poco a poco, cintando la mia lingua di filo spinato, denudandomi, inchiodandomi alle pietre, aria ogni cosa.  Percepivo formicolanti fantasmi giacenti ancora nel mio letto annuire senza bocca, senza occhi, lasciavano oracoli da decrittare nella reminiscenza.  Oh!… Se potessi, solo una volta, toccarla, cucire il suo odore sulle labbra, senza pianti né addii. Modellare la sua effige con la lingua arrivare fino all’antico gioiello scaglia del suo ventre. Io e lei amanti in lieta ebbrezza di cui l’un nell’altro muore. La vagheggiata e accesa sera mutava  le sue forme in quel fuoco che mi attanaglia il ventre  ammutolendomi. Volevo ad ogni costo  assaporare quella pelle lattea  che avvolge il pudore nei suoi veli. Oh! .. quanti momenti le ho dedicato, se lei sapesse, ma lei non sa…forse immagina…forse ha capito. Ed io attendo.

 

Spinto vestito d’alloro,lasci nel tempo la cecità delle parole

 nello specchio dell’occhio nero mielato.

Non piangi gentilezza, puntura del mondo impietoso,

vago cristallo sassoso, nemico di nessuna corazza.

Inciti la musa avara,  a cantare un grido spezzato ,

depredando un cuore sbandato, focolaio di odiosi pensieri

intrecciati sui rami che vestono la tristezza.

E’ questo decantare tuo pensiero

reso invano da  morte

veste la mia pena

impaurendo i miei pensieri

su l’aria assida di codesto giorno

Preda il mio cuor da fantasmi amanti

insolita luce dei tuoi occhi

irradiando splende

mentre ambrati raggi

cantano ancora la tua storia

un passero picchia alla mia porta.

 

Mordo il giorno che fugge nel respiro del tempo, leggeri calzari calpestano ricordi dipinti nell’ascolto di un pianto o su un sorriso che l’ansia ha travolto frustando l’angoscia nel tramonto che spegne l’attesa. Le mie lacrime inibiscono un racconto adagiato sui seni della luna sciogliendo invisibili lamenti filtrati di chi vola nel dolore. E’ soltanto un tenue momento estraneo all’occhio di chi guarda e passa veleggiando nel giorno senza fare rumore. Nel tuo sguardo che ancora mi cova torno bambina, fragile all’apparenza, forte nel candore. Quante volte dovrò ancora crollare prima che tu ne abbia abbastanza, potrai deridermi, scoraggiarmi, ma io sono io, gelato alla vaniglia sciolto nel tuo letto ancora caldo. Se pur debole, il mio passo vago schiaccia conchiglie morte. Lascio che il tempo mi ingoi cantando muta nell’ansia di te che amavo arruffando il mio esistere. Ora ballo e gioco a piedi nudi senza suoni, tra i folti cipressi singhiozzanti di passeri custodendo nella lingua di strega messaggi turbati.