Lei è bella, avvolta da sfuggente erotismo che tenta celare ma che mi fascia ogni qualvolta che la vedo camminare ignara nel deserto del suo pensiero; quella sera di ottobre un malcontento cielo gonfiava le gote di giovani nuvole assonnate dalla noia, ridendo smorzava gli occhi al sole inseguendolo con una lunga pazza corsa. Lui, per sottrarsi a quella ripicca scese e poi risalì scocciato. In quell’allietare, la mia nostalgia trionfò pietosamente in sguardi ed in parole raddolcendo l’ansia. L’attendevo, freddo muto come un geco, celandomi tra le ombre di un vicolo denigrato aspettando cosa prometteva l’ultima luce, che cosa aveva in serbo. La conoscenza dell’agonia era una droga che cedeva a un senso di colpa avvizzito nella pelle lasciando un piacere orrido nelle mani impazienti a difendere il tempo tenuto. Infine la vidi, giovanile, luminosa, in quel viale ombreggiato con la sua striscia di verde dove i ciliegi stregati si spogliavano del loro vestire accanto ad un pergolato di buganvillea abbandonato a se stesso. Attendeva, cosa mi domandavo concitatamente. La sera era quasi trasparente. Il mio cuore batteva lugubri rintocchi. Il vento aumentò e con lui l’odore di quei fiori e della polvere che saliva a mulinelli e mi soffocava o era altro che non volevo riconoscere. Senza quasi volerlo fui in quel luogo, dove i miei lenti passi, m’avevano portato. Suonavano intanto diverse campane, una aveva la voce roca e ottusa del peccato. Il paesaggio si frastagliava intorno alla sua linfa ed io non fui da meno. Una luce argentea, sottile fredda logorava un desiderio aguzzino che mi lacerava la carne a poco a poco, cintando la mia lingua di filo spinato, denudandomi, inchiodandomi alle pietre, aria ogni cosa. Percepivo formicolanti fantasmi giacenti ancora nel mio letto annuire senza bocca, senza occhi, lasciavano oracoli da decrittare nella reminiscenza. Oh!… Se potessi, solo una volta, toccarla, cucire il suo odore sulle labbra, senza pianti né addii. Modellare la sua effige con la lingua arrivare fino all’antico gioiello scaglia del suo ventre. Io e lei amanti in lieta ebbrezza di cui l’un nell’altro muore. La vagheggiata e accesa sera mutava le sue forme in quel fuoco che mi attanaglia il ventre ammutolendomi. Volevo ad ogni costo assaporare quella pelle lattea che avvolge il pudore nei suoi veli. Oh! .. quanti momenti le ho dedicato, se lei sapesse, ma lei non sa…forse immagina…forse ha capito. Ed io attendo.
Spinto vestito d’alloro,lasci nel tempo la cecità delle parole
nello specchio dell’occhio nero mielato.
Non piangi gentilezza, puntura del mondo impietoso,
vago cristallo sassoso, nemico di nessuna corazza.
Inciti la musa avara, a cantare un grido spezzato ,
depredando un cuore sbandato, focolaio di odiosi pensieri
intrecciati sui rami che vestono la tristezza.
E’ questo decantare tuo pensiero
reso invano da morte
veste la mia pena
impaurendo i miei pensieri
su l’aria assida di codesto giorno
Preda il mio cuor da fantasmi amanti
insolita luce dei tuoi occhi
irradiando splende
mentre ambrati raggi
cantano ancora la tua storia
un passero picchia alla mia porta.

Mordo il giorno che fugge nel respiro del tempo, leggeri calzari calpestano ricordi dipinti nell’ascolto di un pianto o su un sorriso che l’ansia ha travolto frustando l’angoscia nel tramonto che spegne l’attesa. Le mie lacrime inibiscono un racconto adagiato sui seni della luna sciogliendo invisibili lamenti filtrati di chi vola nel dolore. E’ soltanto un tenue momento estraneo all’occhio di chi guarda e passa veleggiando nel giorno senza fare rumore. Nel tuo sguardo che ancora mi cova torno bambina, fragile all’apparenza, forte nel candore. Quante volte dovrò ancora crollare prima che tu ne abbia abbastanza, potrai deridermi, scoraggiarmi, ma io sono io, gelato alla vaniglia sciolto nel tuo letto ancora caldo. Se pur debole, il mio passo vago schiaccia conchiglie morte. Lascio che il tempo mi ingoi cantando muta nell’ansia di te che amavo arruffando il mio esistere. Ora ballo e gioco a piedi nudi senza suoni, tra i folti cipressi singhiozzanti di passeri custodendo nella lingua di strega messaggi turbati.

“”Deposito memorie covate
nella solitudine ammagliata dal mio essere
attendendo giorni di volo
per sollevare una coltre
di antichi grafiti e voci di gioia
mentre onirici spazi sovrastano
fino a levigare l’anima.
Pitturo una tela d’infinito azzurro
che salda confini tersi di mare
abissi notturni con sembianze d’eterno”"
Autore versi : iry50 -Immacolata Cassalia -
Pittore : Enrico Ganassi

La soffitta dei ricordi
Dio mio…quanti anni…eppure nulla sembra cambiato.
Ero arrivata con la corriera, vecchio macinino emanante odore da sigari e formaggio pecorino, con i sedili dalle molle consumate con l’autista Gino nome sbiadito ma ancora impresso sulla spalliera scuoiata del suo sedile.
Gino aveva 50 anni più o meno, fronte bassa, capelli brizzolati, occhi colore mare, labbra carnose, nonostante l’età un bello uomo, civettavano le comari del paese, non aveva cambiato i suoi modi era sempre cordiale con tutti, un sorriso e una parola giusta al momento giusto, ormai il paese non lo considerava”lo straniero” ( sopranome datogli agli albori della sua venuta) l’avevano adottato ed era diventato il compare di tutti.
Mi scrutava dallo specchietto retrovisore con aria fugace, ( sicuro si domandava chi ero).
I nostri guardi si incrociavano per alcuni istanti, senza parlare, capivo la sua curiosità, e lo lasciai nel dubbio.
Sorridevo, a questo gioco degli sguardi seduta in fondo alla corriera ( memore il gioco del rimpiattino).
Mi mise a fissare fuori del finestrino aperto.
Il vento scompigliava i miei lunghi capelli castani nel tempo dei lunghi silenzi e dei sorrisi smorti mentre intorno alle spighe di grano danzavano al ritmo del vento ondeggiando una tela di emozioni.
Taciti, caldi, palpitanti sentieri sicuri avvolgevano fiori teneri grembi in cui annegare la paura evaporando i giorni in gocce di malinconia.
Seguivo la mia voce nell’onda segreta dei miei desideri nascosti.
Quando sentii:
-Signorina, signorina è meglio che non si sporga dal finestrino
Tutti i passeggeri si voltarono a guardarmi, impacciata più che impacciata, incavolata, rispose:
- Grazie, non si preoccupi, ( ma non erano queste le parole che volevo esternare in quel istante).
-Nulla signorina è il mio dovere
- rispose l’autista con un sorriso sulle labbra di quello che aveva fatto la sua buona azione giornaliera ( ma era soltanto stata per me una rottura ).
La corriera si gelò all’istante, sembrava una cella frigorifera, strani pensieri senza inizio né fine fiorirono nel disordine di forme e disegni selvaggi…
Al fervente martirio, volevo eclissarmi, mi sentivo una marionetta nelle loro mani, volevo fuggire… ma dove, ero intrappolata e scivolai sul sedile impassibile.
Le prime case del paese si intravedevano all’orizzonte, finalmente pensai siamo arrivati.
Le persone incominciarono a scendere ad ogni fermata, rimasi sola ad arrivare al centro del paese.
Scesi dalla corriera tracciando un segno di croce ( nella mia mente).
I miei piedi intrapresero a scivolare tra i vicoli con ritmo allegro mentre la gioia m’inebriava per la lunga strada ardita.
Baciata dall’armonia apparve la mia vecchia casa., la chiave era sempre nascosta dentro il vaso, la presi e al clic degli scatti aprii la porta ed entrai a punta di piedi.
Intravedevo ed interrogavo le ombre dei silenzi scolpiti nei muri alla ricerca di me stessa.
Il tempo si era fermato nell’orologio della parete non avendo più da dire, solo i ricordi costruiti dalla polvere mi fissavano dalle lancette ormai morte.
L'unico bagliore di vitalita' sembrava provenire da due vecchie lampade da parete con energia sufficente per illuminare la stanza.
L’addormentate finestre incominciarono a svegliarsi guardando finalmente negli occhi la luce seppellita affiorando tra i fievoli raggi solari un sogno custodito nell’abbraccio lasciato.
I miei occhi ancora innamorati in quel silenzio cercavano i suoi, fremiti ed emozione mi fecero tremare le mani alla vista di un messaggio ingiallito lasciato e trovato ancora sul letto.
Tanti dubbi affollavano nella mia mente inquieta: dimenticare? Sognare? Credere?
L’improvviso snodarsi degli eventi rumoreggiarono visioni surreali evocate da memorie: io e te nel letto a brindare respiri nel momento appena nato con un corpo senza via d’uscita colando pensieri dalle labbra illividite dal desiderio, slegando un violino fuggente dagli abissi per approdare nello spasimo della resa mentre l’ultimo rintocco della mezzanotte di dicembre gocciolava dai gesti ritmati.
Gli inebrianti sogni non fuggirono all’alba spaesati viandanti, rimasero nello spazio d’un semplice abbraccio mentre dagli occhi trapelava la primavera ancora lontana.
Ci addormentammo tra le nenie natalizie che giungevano tessendo un futuro di pace ed amore nei profumi dell’aria che si fondevano con i presepi.
Solo al mattino trovai la tua maschera caduta su quel messaggio sotto una rosa quasi appassita: ognuno percorrerà la sua strada…… avevi scritto: sono sentieri che attraversano la terra…tremule lacrime scagliarono le mie speranze per i mari del mondo, una miriade di false promesse esondava fango e tristezza dal cuore, distendevo paure nella certezza .
Ubriaca del dire non seppi ribellarmi e nel tempo tacqui ferite cucite sulla pelle.
Molti inverni si sono schiusi nella nenia di quel giorno, l’acqua per la mia sete è ancora negata, chi sa se questo viaggio per me finirà di fronte ad un fantasma ormai fuggito adesso che so, che tu, ancora non hai radice e continui ad invecchiare palpiti di vita nascoste nei profumi che si emanano nell’aria.