Il mio Sito ha vinto questi premi:
Non ricordo più
quei mattini,dal pane
appena sfornato,
la lucciola che si spenge
piano, piano nell’inno
d’un gallo a stento svegliato.
Non ricordo più
la fame che guardava
le lunghe ore,
un pianto, un bimbo e
una madre vuota nel seno
piena d’amore.
Non ricordo più
il freddo della neve
un viso che scolora
in una giacca, una sciarpa
e una mano tesa
dal nutrito dolore.
Non ricordo più
ma ancora lo vedo
oggi come ieri
nel vagito dello stagno
di questa società.

Sento
questo tuo lambire freddo
uggia nebbia d’un sorriso.
Sento
mani affissi, crocifissi
nel derma puro
del tuo essere.
Sento
l’angoscio pensiero
gelare il sangue,serrando
lo stomaco sui quei
tocchi che sdraia
la mestizia nella sera.
Sento
ma non voglio udire
lo svanire della speranza
e l’avvertire della morte
nell’annunciato addio.
La mano si avvicina alla bocca con movimenti lenti, una due, tre, quattro, dopo un po’ non si contano più i pezzi di vita che cadono in ogni pastiglia. La pesantezza di un’esistenza, la sicurezza di non avere mai avuto la certezza di assaporare la felicità, continuano a scendere in quel corpo adagiato su un divano d’un grigio spento. Si chiamava, così, Irma, fiore inebriante in un corpo minuto. Lei era sempre lì davanti alla porta, la luce risplendente sul viso, gli occhi cristalli con mille sfaccettature, raccoglieva ogni sorriso passante in un quartiere che non era il suo. Per casa mille ricordi vaganti, dove solo l’odore persistente dei muri cocenti di voglia di vivere aspettavano il giorno e poi la sera per tracciare qualcosa di lei. Un giorno sazio d’autunno di siepi e alberi stecchiti, Nando si avvicinò privo di ogni pensiero e la baciò. Lei rimase immobile per qualche istante, poi ricambiò quel bacio, non una parola, non una frase. E’ camminando in quel delirio, che incontrò quel dannato vestito d’angelo, pensò lui a farla sbocciare in un altro fiore. Nando girava con la sua alienazione, quando voleva fuggire, ”sognare”, diceva lui. Un giorno, un calcolo sbagliato, cadde nel bagno, il viaggio era incominciato, quello che terminava con il pianto di chi l’aveva amato. Lei si iniettò di quel veleno forse vivere era più difficile, nascose la verità nell’intimo di una falsità ben concepita. La portarono su letti bianchi dove la gioia è nascosta dalla speranza ma la solitudine ninfa di un viaggiare la fece tornare nel suo limbo. Ossessiva, solo la morte fa contorno, ora, al suo essere.

Soli, tu ed io,uno stralcio
di ramo fiorito, un figlio
appena partorito, nelle sferzate
raffiche di marzo.
Tu taci, incosciente
raccogliendo i miei muti oggetti
io cullo il tuo silenzio
nel mio sguardo smarrito
nell’ansia di capire quel granello di vita
incatenato alla fragilità dei nostri corpi.

Piangete voi
nell’incolto rosario
lo sguardo su di lei,
ove il buio incalza
nel ballo della luna, inebriando
il sole spento, a tergo astiose stelle.
Piangete voi, l’anima severa,
fuggente, e non
ancora fuggita che per
vincere canta il giorno
mentre le foglie
putride stanno mute
a piangere la campagna.
Piangete voi, un sorriso spento,
sui capelli d’argento,
pigra nebbia vesperale
gemma d’una voce retta,
del pensiero costante
di dire: addio.
Nessuno, la braccerà
nella sua follia, dolore,
frana d’arduo abisso che
echeggiò, balzò, rotolò cupo
e tacque, nel canto d’un verso
di poesia.