Ferma è l’infedeltà sulla pelle, statica respira di eteri momenti. Parole inerti riecheggiano di una storia inquieta, fermento della mente, sogno che nutrì i giorni fra i semi del dividere. Prendo coscienza, invano sarebbe il vagare, ancora, sul letto troppo largo che mi asciuga il sudore e le lacrime. L’alito dell’apatia, adagiato, sul mio petto imbratta silenzi, nella penombra di una stanza poco illuminata, irreale scenario delle reminescenze. Irrisorio, il tempo increspato sgrana raspi di gocce, nell’inverno pensiero, come un’aquila ferita s’ innalza sulla vetta più alta del mondo stridendo il dolore. Ombre confuse salutano la trasgressione del sesso proibito, assassino di tante libertà, mentre il demonio striscia regalando nettare, giallo come oro nei neri e sbiaditi cerci nascosti del passato dietro le tende delle abitudini. Risucchi disegnano singhiozzi beffardi. Lenti e impercettibili passi si addentrano in un sogno mancato nell’aria fredda di una porta spalancata al passato. Ti ho cercato e cercato nello ieri, oggi. Spietata è la calma che fugge e si strugge. Le chimeriche speranze vanno seguendo orizzonti lontani che sembri toccare con le mani, ora taciti, ora in armoniche voci, divorando un respiro consumato. Riprende a bisbigliare un cuore stellato di neve e di spine. Luccica vitreo galleggiando relitti infrangendoli in questo infinito vagare. L’aria sporca di nubi dimentica i troppi anni d’attesa. Dagli artigli del tempo stracciato a brandelli senza parvenza l’odio e la colpa ribalzano nei gitani cuori vissuti l’uguale calore. Solo un fiocco di neve che ricama impressioni, una pioggia impetuosa che disfa la terra, un uggioso autunno palpitante di rughe scolorirà questa illusione.

.Varca la notte indefinita,  plasmando acconce membra, abbeverando voluttà, veemenza, riverbero di quella fiamma, pelle gelsomino, lasciva nel tempo senza letta né parlata.  Memorie amare in stanze chiuse e profumate d’un remoto piacere che soltanto la notte crapula vive. Ferito, dalla finestra spalancata, schiarito dalla luna il mio corpo veste la lingua del dolore. Un canto, di giovinezza, vagabonda nell’alba, musica, a notte di poesia lontana muore. Mausolei di lacrime chiudono quel gelsomino restando indietro i giorni del passato. Non mi voltai, nella caliginosa riga di spazi brevi. La metamorfosi fra noi si aggirava cercando vedovanza. Il giorno mi insegnò il vero, la sorte declinava. Chiusi la bocca ai suoi denigratori lividi nelle vertigini di una presa. Ahimè soccombé la anima fino alle ossa, sentii l’origine e la fine.

 Mi fermai qui. Illusa di mirare ciò che vidi davvero l’attimo che ristetti, non fantasie, anche qui le memorie, le forme del piacere dove di sé si faceva maggiore la prova dell’amore. Vidi con te, scolpita, la persona, con emozione ne plasmai il viso lasciando un arcano senso sulla fronte, sugli occhi, sulla bocca. Era volgare e squallida la scena, nascosta dove sorgeva il vicolo angusto e lercio.  Di là saliva una voce conosciuta. E là, sul vile, miserabile inganno, cingesti un corpo, non mio. Avesti quella bocca voluttuosa, rosata d’ebbrezza. Lo sento ancora mentre scrivo, disse, prendimi, antiche brame scorrevano nel sangue. Palpitai e palpito ancora a questo ricordo, non spento, lontano, ai primi anni d’adolescenza. Era d’agosto appena consumato con i suoi compromessi e le lusinghe. Fuggii turbinante nell’anima, andai allo sbaraglio bevendo quei veleni. Mi rinchiusi fra quattro muri nudi, mentre il dolore muto, impazzi, ingiuriò e maledisse. Trascorsi il tempo, volli capire. Si presentò e fui costretta a credere alla menzogna. Allungò le mani per abbracciarmi ebbi paura, ribrezzo. Angosciata gridai il mio disprezzo, non ebbi  pietà. Lui pallido denudato nella carne, farfugliava retorica e arringhe. Fredda non colse lacrime, i sogni inumati non trovano poesia.

farfalla uccisa

Ormai le certezze sono vuote

abitano nelle chiese sconsacrate

tra campane senza richiamo

e quadri sbiaditi nel colore

tra banchi senza rosari

e vangeli ingialliti da preghiere.

Li cerchi nei viali del tramonto

dove il sole bacia il suo mare

dove l’onda solletica la rena

dove le albe incominciano a sbocciare

nei miraggi per farci vagheggiare

mentre la notte inizia a cantare

negli affannati  prigionieri.

Come è triste la musica

Quando s’intona d’un riso

nella vibrante bocca arpa di guerra.

 

Attonita nota dell’ira

risuona impaurendo i pensieri

nel silenzio verginale di primitivi incanti.

Filemone e Bauci

 Ti cerco, ogni volta con ansia più intensa e con maggiore frenesia ti leggo, ti bevo, ti mangio. Ti prendo per mano trascinandoti nei miei sogni, valicando i miei sensi. Quei sogni da sveglio che non possono narrare se non sei chiamato a partecipare. Nell’ombra illustrata, i tuoi capelli dispersi nel letto, senza ordine sono liberi dall’essere presi dai miei pensieri più sconci. Riesco ora a bagnarli da mille sudori, colori e profumi di gesti che fanno rumore di me di te, tenera voglia bambina. Capricciosa e sfrenata passione, spasmodica via del piacere che man mano sale monta ed esplode nelle tue curve toniche tra glutei rotondi. Gestisco il tuo orgasmo al mio piacere. Ti vedo scomposta arrossata, ansimante da troppa passione insolente, solo il tuo sguardo è innocente. Preda, hai imparato a giocare. Con le gambe truccate da calze di seta e vestite di splendide scarpe, con tacchi alti e sottili, passeggi devastando il mio pensiero.