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In Vita Nova
Inferno Purgatorio
Dante concesse
vere o false
filosofie.
 
In  quella selva oscura
cui  incedette,muta,
 nel vento dimenata
da gridi,  scricchioli
e garrule cure
da incubi e brame
cingolata, cantò composto
a passo e ritmo lento
il tremolante labbro
l’affievolita preghiera
celata e antica
sgorgata nella silenziosità piena
per  quell’ amore
tanto gentile
e tanto onesta appare
 
 Dagli echi agresti
dei concetti di simmetria
e entità fisica
una Divina fece,
nel fiorentino
vulgari eloquentia.
pioggia
 
Pioggia,che sculacci i vetri,
nell’insolente giorno, cadi,
ululando grigiore
su montagne spente
da stelle senza nome.
 
Duole l’aria
 
Chi comprerà
questa tristezza
stilata su fazzoletti bianchi
senza occhi né gesti
lasciata alla notte
che si sta bagnando
calda nuda
i ponti di febbraio?
 
Solo nubi ferme
gridano: vergini gitane
raccogliendo gocce
nelle alcove chiuse.

C’è una città di cartone
dietro la vetrina
griffata
invisibili sdraiano
il nulla
in una fodera di velluto viola
disgraziati
nell’inviolata solitudine
per colui che lo sguardo posa
 
Molli passi griffati
sul pavimento  
non lasciano che odore
di denari
nessuna traccia
di pietà umana
 
Ohohu..ou trilla
un campanello:
- E’ Natale-
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All’inferno,così dicesti,

quella notte, nasceva,

il giaccio della strada

vampava di rossore,

quantunque, la felicità

brillasse attorno,

quel baleno che s’accese

nei tuoi occhi, fu conforme

alla mia vista dolente,

giacché, quella speranza

odorava, nella visione notturna

lasciando un raggio

cortese, tremolare lontano,

ove rifugiai, l’orgoglio.

Oggi, che quel giorno

è sussurrato, dal

mistico vento, rimango neve

a ripiegare ali.

donna_sole

 Non  ricordo più

quei mattini,dal pane

appena sfornato,

la lucciola che si spenge

piano, piano nell’inno

d’un gallo a stento svegliato.

 

Non ricordo più

la fame che guardava

le  lunghe ore,

un pianto, un bimbo e

una madre vuota nel seno

 piena d’amore.

 

Non ricordo più

il freddo della neve

un viso che scolora

in una giacca, una sciarpa

e una mano tesa

dal nutrito dolore.

 

Non ricordo più

ma ancora lo vedo

oggi come ieri

nel vagito dello stagno

di questa società.

 Sento

questo tuo lambire freddo

uggia nebbia d’un sorriso.

 

Sento

mani affissi, crocifissi

nel derma puro

del tuo essere.

 

Sento

l’angoscio pensiero

gelare il sangue,serrando

lo stomaco sui  quei

tocchi che sdraia

la mestizia nella sera.

 

Sento

ma non voglio udire

lo svanire della speranza

e  l’avvertire della morte

nell’annunciato addio.

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